Un progetto per l'era ecologica

La nostra ricerca si basa sui concetti di complessità ed ecologia e mira a uno spazio ibrido di storia e natura, un ambiente capace di esprimere e ispirare una simbiosi tra uomo ed ecosistema.

Alla progettazione si affianca una linea di oggetti di arredo direttamente ispirata ai caratteri di molteplicità, intreccio, dinamismo e leggerezza del mondo contemporaneo, un design ecologico che trae le proprie linee dalla forma e dal cinematismo della natura e del corpo umano, gettando un ponte tra lo spazio della casa e l’ambiente naturale.

La cifra stilistica dei nostri progetti e prodotti è la continuità delle strutture naturali in cui non vi sono separazioni nette tra le parti costituenti né divisione tra piani orizzontali e verticali, ma una stessa superficie – come il suolo o la pelle – cambia inclinazione secondo geometrie topologiche, senza strappi né aggiunte.

Allo stesso modo gli spazi dei nostri progetti e gli oggetti della nostra linea non presentano le tradizionali separazioni tra pavimento, pareti, soffitto o ripiani, supporti, piedi e montanti ma diventano, a seconda delle necessità, superfici morbide o rigide, piani e sostegni senza punti di discontinuità, sostituendo le operazioni di addizione e giustapposizione di elementi diversi con la piegatura di una singola superficie.

Si tratta di una spazialità immersiva che esprime il continuum natura-cultura del pensiero postumano, traducendosi nei progetti in un Partenone che ritorna collina o, viceversa, in una collina che si architetturalizza senza solidificarsi mai su una crepidine, senza perdere la connessione con l’origine biologica e, anzi, esprimendone l’appartenenza, il radicamento e l’interdipendenza.

Il risultato è un’architettura postumana che mostra il legame tra civiltà e biosfera, in nome dei concetti di neghentropia e di “doppio pilotaggio” indicati da Edgar Morin.

“In realtà, noi siamo integralmente i figli del cosmo. Ma, attraverso l’evoluzione, attraverso lo sviluppo particolare del nostro cervello, attraverso il linguaggio, la cultura, la società, noi gli siamo diventati estranei, ce ne siamo distanziati, emarginati.”

“Bisogna smettere di vedere l’uomo come un essere soprannaturale e abbandonare il progetto formulato da Cartesio, e poi da Marx, di conquista e di possesso della natura. Questo progetto è diventato ridicolo a partire dal momento in cui ci si è resi conto che il cosmo immenso, nel suo infinito, resta fuori dalla nostra portata. E’ diventato delirante a partire dal momento in cui ci si è resi conto che è il divenire prometeico che conduce alla rovina della biosfera e, con ciò, al suicidio dell’umanità. La divinizzazione dell’uomo nel mondo deve cessare. Certo, dobbiamo valorizzare l’uomo ma noi oggi sappiamo che possiamo farlo soltanto valorizzando anche la vita: il rispetto profondo dell’uomo passa attraverso il rispetto profondo della vita.”

“L’uomo deve smettere di agire come un Gengis Khan del sistema solare e considerarsi non come il pastore della vita ma come il copilota della natura. Un doppio pilotaggio è ormai imposto dalla coscienza ecologica: uno profondo, che deriva da tutte le fonti inconsce della vita e dell’uomo, e l’altro, quello della nostra intelligenza cosciente.”

“E’ vitale sviluppare questa coscienza planetaria, così come di mettere radici nella Terra. Perché la nostra Terra non è soltanto una cosa fisica. E’ una realtà geo-psico-bio-umana. Certo, bisogna essere capaci di distinguere questi diversi aspetti, ma bisogna saperli collegare. (…) Ogni cultura ha le sue virtù e anche le sue superstizioni, le sue illusioni e le sue carenze, le sue barbarie e le sue bontà. Lo stesso è per la nostra, di cui sono ben lungi dal misconoscere le virtù ma di cui devo riconoscere le illusioni e le carenze. E’ per questo che credo a una simbiosi delle civiltà, perché saggezze africane, indiane, indiane d’America devono mescolarsi ai nostri lumi, illuminanti ma talvolta anche così accecanti. Anche noi dobbiamo smettere di considerarci i maestri per diventare partner del “grande incontro del dare e del ricevere” che sognava Senghor.”

Edgar Morin